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L'educazione è una debolezza? - Momento Forma

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L’educazione è una debolezza?

Da quando nasciamo e per tutta la durata della nostra vita, tutti noi comunichiamo.

In maniera più o meno volontaria e consapevole, inviamo continuamente dei messaggi.

Tutto ciò che diciamo, ciò che non diciamo e soprattutto il modo in cui diamo forma ai nostri pensieri ed ai nostri silenzi, trasmette un’immagine sempre aggiornata di noi stessi, della nostra personalità e del nostro stato d’animo.

È un quadro che disegniamo a mano, in ogni istante, ma non sempre il risultato che viene percepito dall’esterno corrisponde alla nostra visione.

Che colori dobbiamo usare per trasmettere coerentemente l’immagine di noi stessi?

Il colore della spontaneità è sicuramente il più adatto per mostrarci in maniera autentica, ma spesso non basta.

Questo perché le situazioni in cui ci relazioniamo con gli altri non sono sempre aperte e bilanciate, quindi è importante che la spontaneità sia combinata ad una giusta consapevolezza di ciò che vogliamo comunicare.

Fingere di essere spontanei sarebbe una chiara contraddizione, ma dovremmo imparare ad essere e a rimanere noi stessi in tutte le situazioni che viviamo.

Ad esempio, una domanda che mi viene rivolta spesso è:

come si può essere educati con gli altri, senza sembrare deboli ?

La chiave per trovare la propria risposta sta nella definizione che diamo alle parole “educazione” e “debolezza”, e di conseguenza ai loro contrari “maleducazione” e “forza”.

Considero forte lo scalatore che arriva in vetta all’Everest, e quello che riesce a rinunciarvi per salvare un compagno in difficoltà, chi riesce a trasformare un sentimento di rabbia in un gesto d’amore, chi non teme di manifestare la propria opinione.

Maleducato per me è chi non dimostra rispetto per sé o per gli altri, in tutte le sue forme.

Nella mia visione delle cose è quindi normale considerare una persona educata, anche forte.

Negli esempi fatti sopra, è educato chi rinuncia ad arrivare in vetta per aiutare un compagno, perché esprime rispetto nei suoi confronti, e lo stesso vale per chi trasforma un sentimento di rabbia in un gesto d’amore.

Ancora, chi è forte perché arriva in vetta all’Everest compiendo uno sforzo ed un sacrificio importanti e chi lo è perché non teme di manifestare la propria opinione, può essere certamente considerato rispettoso delle proprie ambizioni e del proprio pensiero, quindi educato.

La domanda iniziale potrebbe probabilmente essere posta in maniera diversa, ovvero: “come posso far valere le mie opinioni con decisione senza risultare aggressivo?” Ed anche “come posso confrontarmi in maniera educata con una persona aggressiva?” o, ancora “se mi rapporto in maniera educata con gli altri, posso risultare debole?”

La risposta generale che ritengo giusto dare è che rapportarsi in maniera educata con gli altri non è mai una debolezza, al contrario è sempre una forza, e come tale può essere mal interpretata o addirittura temuta da parte di persone meno educate o deboli.

Quindi la questione si sposta su due fronti: in primis cosa è più importante per noi, relazionarsi in maniera educata o rinunciarvi per timore di essere fraintesi o attaccati? E in secundis come riusciamo ad esprimere con decisione la nostra identità senza mancare di rispetto agli altri?

Lascio ad ognuno l’occasione di rispondere intimamente alla prima domanda, perché ritengo che così dovrebbe essere, mentre spendo qualche parola in più per la seconda.

È importante non rinunciare ad esprimere la propria personalità, così come è bello riconoscere negli altri aspetti simili o differenzianti, senza che questo ci condizioni in atteggiamenti di chiusura o refrattarietà.

La “vera” debolezza spesso si manifesta nella rinuncia ai propri desideri, e nell’accettazione incondizionata di ciò che ci circonda, senza riserve.

Per comunicare in maniera spontanea e educata, dando valore alle proprie convinzioni senza prevalere sugli altri né risultare deboli, è importante definire una propria linea di relazione.

Cos’è? A me piace visualizzarla come una bolla che mi circonda e che delimita il mio spazio di presenza, una sorta di confine della mia identità.

Non è una barriera o una parete invalicabile ma al contrario è un ambiente di scambio che mi identifica dagli altri e tra gli altri.

Quando interagiamo, queste bolle immaginarie si toccano tra loro e ci trasmettono istintivamente piacere e quindi volontà di condivisione oppure disagio e quindi rimbalzo.

Mescolare e condividere la propria sfera d’identità con qualcun altro è una decisione che spetta soltanto a noi e spesso chi cerca di entrarci senza il nostro consenso, produce l’effetto opposto di rifiuto.

Tornando alla domanda di partenza, “come riusciamo ad esprimere con decisione la nostra identità senza mancare di rispetto agli altri?” la risposta è racchiusa nel modo in cui diamo forma a questo nostro spazio, come lo presentiamo agli altri, come lo rendiamo disponibile allo scambio e come lo preserviamo.

Troviamo un equilibrio tra forza e rispetto, tra decisione ed educazione quando riusciamo a percepire l’identità degli altri e ci rendiamo disponibili a presentare la nostra senza preoccuparci del fatto che una delle due prevalga.

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Claudio Fogolin

Diplomato all’Accademia del Teatro “A l’Avogaria” di Venezia nel ‘99, frequenta successivamente corsi di specializzazione ed approfondimento su tecniche vocali, Metodo Stanislavskij e improvvisazione. In Teatro viene diretto da registi come V. Zernitz, G. De Meo, S. Pagin, M. Artuso, G. Morassi, P. Brolati, M. Tudori, M. Esposito, ed altri. Interpreta vari ruoli in film per la TV e Spot pubblicitari, collaborando con Andrea e Antonio Frazzi, M. Pozzi, M. Simonetti, T. Wender, ha l’onore di condividere il set con il Maestro Mario Monicelli in “Come Quando Fuori Piove”. Ha lavorato tra gli altri con Massimo Ghini, Stefano Accorsi, Claudio Gioè, Alessandro Sampaoli, Sabrina Corabi, Claudia Pandolfi, Sabrina Ferilli, Sandra Mondaini, Raimondo Vianello. Attualmente abbina il lavoro di attore all’attività di formazione e consulenza. Si descrive così: “Nasco a Treviso il 19 Novembre del 1975 esattamente allo scoccare della mezzanotte di una notte di luna piena. Non serve aggiungere altro, la situazione sembra molto chiara fin dall’inizio. Sono un lupo mannaro. Al successivo plenilunio non mi spuntano né le zanne né il pelo, quindi capisco che evidentemente qualcosa è andato storto. Aspetto il prossimo plenilunio. Ancora niente. Tutt’ora quando mi accorgo che la luna è piena passo la lingua sui canini per controllare, e confido che un giorno qualcosa di eclatante succederà. A 15 anni decido che il mio percorso di uomo debba necessariamente passare attraverso le assi del palcoscenico. Cerco di fare in modo che il percorso passi preferibilmente “sopra” le assi, e non proprio attraverso. Riesco nel mio intento, almeno parzialmente. A 20 anni entro nel magnifico mondo bancario, ci resto per due anni, il tempo utile per capire che effettivamente non c’entra niente con me, almeno finché non mi sarò trasformato in lupo. Divento ufficialmente “Teatrante”, grazie alla pazienza dei miei insegnanti dell’Accademia del Teatro “Avogaria” di Venezia, e in parte al loro condiviso desiderio di non rivedermi mai più. Da quel giorno esercito il meraviglioso mestiere dell’Attore, abbinandolo ad un continuo esercizio psico-attitudinale ed autoironico, il commercio.”

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